24 Maggio 2016

STORIA DI NUMERETTI E RITORSIONI

E così mi dici che rimpiangi la scuola elementare. Mi dispiace.

Vedo che in questi due anni hai cambiato il modo di sorridere e che forse non è solo il segno dell’adolescenza, della sua ferita.

Poi mi racconti del prof insopportabile, quello che ti ha messo il voto sulla pagella (che voto era… fatico a concentrarmi sui numeri), ma quando tuo padre ha chiesto spiegazioni, sembrava che non conoscesse neanche il tuo nome.

“Ti giuro, Ivan”, mi dici. “Quello mi ha messo un voto a caso. Ma si può?”

All’inizio ho pensato, lascia stare. Fai come me, rinuncia a concentrarti sui numeri. Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne possano misurare i voti. Poi, ti ho chiesto: “Tuo padre cosa ha detto?”.

Fosse stato qualche anno fa, la domanda sarebbe stata diversa, avrei chiesto: “E tu cosa hai detto?”. Mi sarei rivolto a te, direttamente, ma dicono che più passa il tempo e più si rimane giovani e forse serve un adulto per affrontare un prof. Questioni di relatività, credo.

“Mi padre? E cosa vuoi che abbia detto?” E mi spieghi il problema delle ritorsioni. Una spiegazione sentita, accalorata quasi.

Conosco gli insegnanti, ce ne sono di buoni e non sono quelli che mettono i voti a caso. Sono questi ultimi, quelli che poi te la fanno scontare, è vero. Eppure, mi piacerebbe parlare con tuo padre.

Che vuoi fare di questo ragazzo, gli direi. Un impiegato ingobbito dalla paura? Il dentino metallico di un ingranaggio che non sbaglia un colpo e che muove un sistema più grande, un sistema che non può capire?

Quando salirà sul banco per recitare versi di protesta? Quando leggerà Verlaine, anche solo per vedere se la professoressa di Italiano fatica a contenere l’imbarazzo?

A quando, la rivoluzione che rende uomini?


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