5 Ottobre 2018

Risolto il mistero delle scuole modenesi

Seduto in quel caffè, quello della canzone voglio dire, il caffè che sta in fondo alla via Emilia, vedo passare davanti a me un paio di famiglie per la colazione. Niente di strano, dirai tu, una puntatina al bar vuoi che non aiuti ad affrontare meglio la giornata in ufficio? Vuoi che non dia una bella svegliata ai bambini e non li prepari per l’appello delle otto e mezzo?
Sì, infatti, tutto nella norma. Solo che, a un certo punto, le due famigliole si mettono a socializzare. Va bene, da una parte c’è un padre con due bambini e dall’altra una mamma con una bambina, ma non è questo il punto. Non si stratta di piacioni e piacione. La chiacchierata va a cadere ben presto sulle scuole, sui grembiuli e soprattutto sulle maestre.
Pare che le maestre delle De Amicis siano di un certo tipo, quelle delle Pascoli siano di un altro tipo ancora e quelle delle Don Milani di un tipo molto diverso.
Mi metto in ascolto, ma non sono realmente interessato al modo in cui bambini e adulti classificano gli insegnanti, che non è poi diverso da quel che fanno gli entomologi con i ragnetti e le locuste. Quello che mi interessa è, invece, l’uso del plurale per indicare la scuola.
La scuola primaria De Amicis diventa “le De Amicis”, la scuola Pascoli diventa “le Pascoli” e così tutte le altre: le Graziosi, le Buon Pastore, le Rodari… E non ci si ferma, si continua anche con le scuole medie: le Ferraris, le Marconi, le Mattarella.
Nel resto dello Stivale mica si usa così: una scuola è una scuola e merita il singolare, pochi grilli per la testa. Sono precisi, nel resto d’Italia. A Modena, invece, si va un po’ per metafore. Cosa c’è nelle scuole? Una gran quantità di roba. Ci sono destini, pennelli, speranze, quaderni, sogni, penne e storie. Spesso d’amore. C’è il futuro, che tutte le mattine si mette in fila per entrare.
Allora, il modenese cosa fa? Usa il plurale, perché il singolare va solo per le cose semplici. Seduto in quel caffè, quello della canzone, mi chiedo come facciano, nel resto d’Italia, a non pensarla allo stesso modo.