24 Maggio 2016

DA NOI

Mi accorgo di parlare spesso dei bambini più o meno stranieri. Un bambino più o meno straniero è quello che aggrotta le sopracciglia e ti fa sentire imbecille, se gli domandi di dove è.

“Ma secondo te? Sono di Modena” e lo dicono in dialetto, lo stesso che tu provi e provi, ma proprio non riesci a imparare. Un gran casino tenere dietro ai colori della bandiera.

Parlo spesso dei bambini più o meno stranieri. Una volta in più non farà male.

Una bambina posta su Facebook una foto del nipotino e commenta: “Ciao Amore di Ate. Che carino che sei.” Punti esclamativi e faccine.

La bambina è nata in Italia, da genitori filippini, e se proprio si ferma a riflettere sulla nazionalità, ti fa un discorso complicato per una undicenne. Lei è lei, punto. Italiana, sicuramente, ma soprattutto se stessa.

La maestra è su Facebook, vede la foto e chiede: “Ate vuol dire zia, vero?”

Potenza delle maestre: curiosità dopo curiosità, imparano pure il tagalog.

“No,” risponde la bambina. “Ate si dice alle cugine femmine più grandi di te oppure a tua sorella più grande”.

“Ok, come si dice zia?”

“Si dice tita”.

Bello tita, dice la maestra, ma poi la bambina conclude in un modo che non ti aspetti: “Perché da noi ci deve essere sempre il rispetto per i più grandi”.

Eccolo, quel da noi che la bambina non vorrebbe mai ammettere, quell’essere fuori dal cerchio. Colta di sorpresa, la bambina ha sorvolato mezzo mondo e ha rinserrato le fila. Se qualcuno glielo facesse notare, sicuramente tirerebbe fuori una spiegazione convincente, un altro discorso complicato per mettere insieme i pezzi. Perché, questo è sicuro, intorno a noi c’è una generazione di ragazzi che non può fare a meno di girare con ago e filo per tenere insieme i colori di una bandiera che nessuno consosce ancora.

Mi piacciono i discorsi complicati, soprattutto quando a farli sono i bambini. Servono lunghi giri complicati per superare i macigni. Le gambe si fanno forti, gli occhi guardano oltre.


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