24 Maggio 2016

AL SALONE DI SAID

Se passi davanti al “Salone di Said” puoi vedere il barbiere (Said, probabilmente) con le forbici in mano. Ha la divisa color panna, il baffetto e l’espressione distante. Non fosse per l’aspetto visibilmente magrebino, sembrerebbe una scena anni cinquanta, con tanto di sedia girevole bianca e l’imbottitura di pelle marrone. Prima c’è uno che aggiusta biciclette, poi un “pizza e kebab”, infine il Salone di Said.
Oggi Said era alle prese con la testa di un africano e infatti non usava le forbici, ma scolpiva i capelli crespi con un rasoio elettrico. In attesa, con una rivista di motori in mano, c’era un asiatico di mezza età. In piedi, un anziano dai caratteri spiccatamente andini.
Poco distante dal Salone di Said c’è la mia scuola, dove per anni si è discusso di integrazione. Ora se ne parla molto meno, perché si dice che i nostri bambini stranieri sono nati in Italia e non rappresentano più un’emergenza. E allora mi è sembrato tutto chiaro.
Tutti vanno al Salone di Said, tutti tranne chi ha il passaporto italiano. Chi penserà a integrare gli italiani nella società multietnica, futura, poliglotta, determinata, che Said e il suo salone stanno costruendo?


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